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Usb: su Alitalia falsità e mezze verità per demonizzare i lavoratori

Fabrizio Tomaselli: la nazionalizzazione è prevista dalla Costituzione

Roma -

Da due giorni si è scatenato un attacco mediatico senza precedenti contro i lavoratori di Alitalia, quasi fossero loro i responsabili di decenni di  malagestione, di errori manageriali macroscopici, di accordi a perdere con compagnie straniere e regali alle low-cost, di connessioni partitiche e lobbistiche che nel tempo hanno depotenziato fortemente il ruolo di una delle più grandi aziende italiane e sicuramente la più grande del Lazio.

Un attacco vergognoso costruito su falsità e mezze verità al quale si sta prestando anche gran parte della stampa. Un attacco ai lavoratori che hanno detto un solido NO non solo ai sacrifici richiesti, ma soprattutto al fatto che questi sacrifici avrebbero dovuto “sorreggere” un Piano industriale inesistente, senza alcun futuro, senza una strategia vincente, pensato probabilmente solo per arrivare alle prossime elezioni.

I veri responsabili dello sfascio di Alitalia sono da una parte il mondo politico che ha sempre banchettato nelle pieghe della compagnia aerea nazionale e dall'altra quel sindacato che ha firmato l'ultima intesa e che ha sempre accettato quasi tutto in cambio delle briciole che cadevano dai vari tavoli di trattativa. E responsabili sono anche  quasi tutti i vertici aziendali che si sono avvicendati in questi anni, sia quelli che poi hanno fatto carriera, sia quelli poi inquisiti e condannati.

Chi dice ora che l'intervento dello stato e la nazionalizzazione non sono possibili, mente sapendo di mentire, perché la nazionalizzazione è prevista dall'art. 43 della Costituzione che recita: “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale“.  E' evidente che chi è stato battuto nel Referendum del 4 dicembre scorso, oggi non vuole neanche applicare quello che prevede l'art. 43 della nostra Carta Fondamentale.
Il Ministro Calenda che si scaglia contro l'intervento pubblico dovrebbe ricordarsi che i 20 miliardi elargiti alle Banche, al netto dei rimborsi ai piccoli azionisti, sono una cifra enorme utilizzata per un intervento diretto dello Stato che, la si chiami come si crede, è di fatto una nazionalizzazione. E che dire dell'acquisto di 90 caccia militari F35 che costano 100 (cento) milioni l'uno e altre decine di milioni l'anno per la gestione complessiva? È meglio comprare un caccia militare (che tra l'altro sembra anche non funzionare molto bene) o un aereo di linea che produce ricchezza e occupazione? È giusto e corretto dire SÌ ai soldi alle banche e per le armi e NO ad attività produttive come Alitalia o come l'Ilva!
Il NO del governo all'intervento pubblico è un NO ideologico e la difesa di un sistema economico e di gestione del paese che sta svendendo l'industria e le attività produttive italiane.

Quanto alla dichiarazione di Delrio sulla presunta difesa dei cittadini/utenti attraverso la promozione delle low-cost, che di fatto conferma quanto denunciamo da anni sulle sovvenzioni pubbliche a queste compagnie e prima fra tutte a Ryanair, è bene precisare che le responsabilità del disastro dell'intero settore del trasporto aereo sono dei vari governi che si sono succeduti. Delrio sa bene che Ryanair non paga le tasse in Italia, applica contratti non italiani, prende soldi pubblici per portare spesso aerei vuoti nel nostro paese e non applica neanche lo Statuto dei lavoratori: è così che un ministro dei Trasporti difende gli interessi del proprio Paese? E che dice su questo tema il ministro del Lavoro Poletti?

La verità è che i lavoratori hanno detto NO ad una consultazione capestro, dopo una vergognosa trattativa condotta da Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Anpac e Anpav che hanno scaricato sui lavoratori responsabilità che dovevano essere assunte invece dal sindacato, così come ha fatto USB partecipando alle trattative ma rifiutandosi di firmare un'intesa sbagliata e che non si fonda su alcun piano industriale serio e credibile, come ormai riconoscono gran parte degli esperti del settore.

USB è dalla parte dei lavoratori, non solo quelli di Alitalia ma di tutti quelli che stanno lottando per difendere il proprio posto di lavoro, il salario e i diritti. La proposta di nazionalizzazione di Alitalia e di tutte quelle aziende in crisi o strategiche per il paese non è finalizzata al “salvataggio” dei posti di lavoro ma rappresenta l'unica via credibile e percorribile per salvaguardare e rilanciare le capacità economiche italiane in una fase di estrema crisi, di delocalizzazione delle produzioni, di privatizzazioni selvagge, di vendita di asset fondamentali a multinazionali e a gruppi stranieri. Nessuno pensi quindi che la campagna mediatica messa in atto contro i lavoratori di Alitalia e contro chi ritiene che il pubblico debba svolgere un ruolo fondamentale nella vita economica e sociale del paese, possa passare senza forti contraccolpi. Si sta giocando una partita importante per le sorti di migliaia di lavoratori e di un settore importante e strategico per l'intero paese e su questo nessuno può e deve strumentalizzare.